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When Import Tariffs Become a Boomerang for American Consumers

To create new unskilled jobs, Trump would have to take his protectionism to the point of autarchy.

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Se i dazi diventano un boomerang per i consumatori americani

Neo-protezionismo atto primo: uscita dall’accordo Tpp. Neo-protezionismo atto secondo: convocazione dei Ceo delle maggiori compagnie americane, create posti di lavoro in America o vi massacro di tasse e dazi. Un bell’uno-due che dà il via alla strategia di Trump sui mercati globali. Una strategia fondata su un capro espiatorio (il commercio internazionale) e una soluzione semplice e controproducente (le barriere commerciali) ad un problema assai complesso, la perdita di occupazione e potere di acquisto dei lavoratori non qualificati. Infine saranno lacrime e sangue per gli Stati Uniti e i suoi partner commerciali, a meno che il veloce arrivo alla soglia del dolore induca da una repentina inversione di rotta.

Cancellare il Tpp significa lasciare il commercio transpacifico sotto l’area di influenza cinese. L’accordo, infatti, escludeva la Cina, creando un'immensa area di libero scambio tra la sponda pacifica del continente americano, i principali paesi asiatici, Australia e Nuova Zelanda. L’uscita degli Stati Uniti rende l’accordo sterile o quasi e induce inevitabilmente ad una nuova geografia del commercio nell’area con un’accresciuta influenza cinese. Il primo ministro Australiano Turnbull ha dichiarato oggi di essere disponibile all’ingresso della Cina nel Tpp. Visto che la principale preoccupazione di Trump sono i sweatshop cinesi, che con i loro prodotti a basso prezzo fanno chiudere le fabbriche americane, cancellare il Tpp pare un atto piuttosto masochista e soprattutto poco efficace.

Per andare fino in fondo nella sua strategia, Trump dovrà comunque affrontare direttamente la questione cinese, e qui il tema si fa davvero spinoso. Un conto è spingere la Cina ad evitare il commercio sleale, usando gli strumenti previsti dalla Wto, ad esempio con le azioni antidumping. Un altro conto è alzare esplicitamente barriere commerciali. Il che difficilmente potrà essere fatto senza che gli Stati Uniti escano dalla Wto e senza innescare una guerra commerciale che non farà certo bene all’America.

Tra l’altro, il Tpp aveva il pregio di porre standard sulle condizioni di lavoro e ambientali che riducevano considerevolmente i margini competitivi dei paesi a basso costo del lavoro. Negoziare per migliorare gli standard in questi paesi è un modo molto più intelligente, globalmente utile ed efficace per proteggere i posti di lavoro nelle economie mature che innalzare barriere commerciali. Anche la Cina avrebbe dovuto infine accettare standard simili, se l’accordo fosse rimasto in piedi.

Altra mossa miope è quella di imporre la rilocalizzazione delle fabbriche in America. Per quanti sgravi fiscali e regolatori Trump possa garantire, i lavori non qualificati che sono stati persi negli ultimi decenni non verranno certo ricreati. Le imprese che producono in America, possono farlo solo focalizzandosi su attività ad alto contenuto tecnologico e valore aggiunto. Creare occupazione non qualificata a salari decenti è un’equazione impossibile per molte attività del paese, che non sarà risolta dalle barriere commerciali. La riorganizzazione della catena globale del valore all’interno del Nafta, con la delocalizzazione delle attività ad alto contenuto di lavoro in Messico è quanto ha permesso all’industria americana di rimanere comunque in piedi, mantenendo in America le produzioni ad alto valore aggiunto e aumentando la produttività. Un processo molto simile all’Unione europea con l’allargamento ad Est.

Le dinamiche tecnologiche e il commercio con produttori manifatturieri con bassi salari rendono questo processo irreversibile. Da un punto di vista dell’occupazione è un processo doloroso, ma allo stesso tempo è l’unico modo per favorire una riqualificazione delle attività manifatturiere in America e creare nuovi lavori.

Per ricreare lavoro non qualificato, Trump dovrebbe diventare tanto protezionista da essere autarchico. Se le sue prime mosse degenerassero velocemente ad una chiusura completa al commercio internazionale, allora frammentare globalmente la produzione non avrebbe più senso.

Ma qui sorge un altro problema. I dazi implicano beni di consumo più cari per i consumatori americani, soprattutto a basso reddito. Di fatto sono una tassa per i poveri. Trump, dimentica che il lavoro degli sweatshop cinesi ha generato un aumento molto sostanziale del potere di acquisto degli americani, soprattutto più poveri. La sua strategia da affabulatore cieco difficilmente creerà posti di lavoro, certamente ridurrà il potere d’acquisto dei lavoratori.

Rimane una sola speranza. Che la via del protezionismo sia talmente coperta di spine da venire abbandonata in fretta. Farsi male per rinsavire.







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