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Trump ‘Sacks’ Priebus, Too, and Appoints Kelly as Chief of Staff

What is certain is that The Donald is frustrated by the repeated defeats he has suffered at the hands of his own majority in the Senate, and Priebus was inevitably the first to be blamed.

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Trump «caccia» anche Priebus e nomina Kelly «chief of staff»

Il foglio di via al capo della struttura della Casa Bianca è il primo grosso scossone della presidenza di «The Donald». Misero bilancio dell’attività di governo: la nomina di un giudice della Corte Suprema e poco altro

La defenestrazione del capo della struttura della Casa Bianca è il primo grosso scossone della presidenza di Donald Trump che fin qui è riuscito a fare notizia tutti i giorni nei modi più imprevedibili, ma è arrivato al giro boa dei primi sei mesi alla guida degli Usa con un misero bilancio dell’attività di governo: la nomina di un giudice della Corte Suprema e poco altro. Si può essere tentati di sostenere che, sostituendo un politico manovriero come Reince Priebus con un generale dei «marines» nel delicato ruolo di «chief of staff» (l’uomo che tiene i rapporti col Congresso, oltre che il capo del team del presidente), Trump stia cercando di imporre una disciplina militare a un Parlamento riottoso. Di certo il leader è sempre più ossessionato dalla questione della lealtà: pretende fedeltà assoluta, vuole collaboratori pronti a tutto per coprire le spalle al presidente, fargli salvare la faccia quando, come accade con una certa frequenza, combina guai.

L’addio di Priebus preceduto dall’uscita di scena dei suoi fedelissimi

Di certo «The Donald» è frustrato dalle ripetute sconfitte subite in Senato da parte della sua stessa maggioranza e Priebus era, inevitabilmente, l’imputato numero uno. Ma la sua cacciata (mascherata da dimissioni volontarie), sorprendente per i modi (liquidato durante un viaggio mentre era sull’«Air Force One» con Trump e il suo grande nemico Anthony Scaramucci) non lo è stata affatto nella sostanza: il «lungo addio» di Rience è stato scandito dalla progressiva uscita di scena dei suoi fedelissimi. La prima a lasciare la Casa Bianca è stata la sua vice, Katie Walsh: ha capito, prima degli altri, che con Trump non c’era futuro. Poi il capo della comunicazione, Mike Dubke, che se n’è andato due mesi fa senza fare polemiche e lontano dai riflettori (si è dimesso mentre Trump era all’estero) quando il presidente l’ha accusato di non averlo difeso con sufficiente vigore nella vicenda del licenziamento di Comey da capo dell’FBI. La frana è diventata valanga nei giorni scorsi con l’uscita di scena del portavoce Sean Spicer e l’arrivo alla Casa Bianca di Anthony Scaramucci: più che un uomo di comunicazione, un «bulldozer» che si è messo subito a caccia dei funzionari responsabili di «soffiate» alla stampa e che ha preso di petto con un linguaggio brutale tanto Priebus quanto Steve Bannon, un tempo considerato l’uomo-chiave della Casa Bianca, addirittura il vero presidente. Molti ora considerano segnato anche il destino di Bannon, ma l’ideologo della «alt-right» è più abile di Priebus e ha da tempo autoridimensionato il suo ruolo. Continua, però, a parlare coi giornalisti e la pubblicazione, pochi giorni fa, di Devil’s Bargain, un libro di Joshua Green che esalta la sua figura sulfurea, ha fatto infuriare di nuovo Trump. Bannon va, comunque, trattato con cura perché controlla, con Breitbart, una parte importante dell’apparato informativo della destra radicale: il cuore dell’elettorato di Trump. Priebus era, invece, ormai totalmente disarmato proprio perché aveva perso i suoi uomini e la fiducia del presidente.

Posizioni chiave nelle mani di tre «marines»

In Parlamento i repubblicani andavano dicendo da tempo che non lo ascoltavano più, sapendo che ormai all’intero della «West Wing» contava assai poco. Cambierà tutto questo con John Kelly? Certamente l’uomo che fin qui ha tenuto le redini della «Homeland Security» riporterà un po’ d’ordine nel team del presidente. Sarà interessante vedere quali rapporti saprà crearsi coi leader repubblicani in Parlamento a cominciare da Paul Ryan, uno che ha cercato fino in fondo di convincere Priebus a tenere duro. Kelly è un militare ma anche un uomo di mondo che nella sua lunga carriera ha avuto frequenti rapporti con la politica. Trump probabilmente sogna di vedere i «congressmen» repubblicani marciare inquadrati in un plotone compatto. Kelly gli darà lealtà personale e un senso di maggior disciplina ma non questo. E tuttavia il fatto che nell’America dei poteri diffusi e bilanciati oggi ci siano tre posizioni-chiave — ministro della Difesa, Capo degli Stati Maggiori Riuniti e capo della struttura della Casa Bianca — nelle mani di tre «marines» (Mattis, Dunford e Kelly) fa sollevare qualche sopracciglio.







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