Le parole di
fuoco
19 ottobre
2007
di Franco Venturini
A Vladimir Putin che il giorno prima aveva giudicato «inaccettabile » un’azione militare contro l’Iran, George Bush risponde che un Iran dotato di armi
nucleari potrebbe portare alla terza
guerra mondiale. L’escalation delle parole raggiunge così un
livello da allarme rosso, e mentre conferma la rotta di collisione
tra Washington e Mosca avvicina ulteriormente la prospettiva di un attacco Usa contro
le centrali iraniane.
Nella scelta di
usare un’espressione fino a ieri appannaggio
della letteratura
fantapolitica, risulta evidente la volontà di Bush di drammatizzare
al massimo la crisi iraniana. Fino al punto di precostituire
una giustificazione assoluta per l’ancora ipotetico attacco: facendo una guerra
circoscritta, si sarà evitata una
guerra generale. Il messaggio è sì
una risposta alla Russia, ma nelle intenzioni della Casa Bianca riguarda anche gli alleati europei
e chiunque sia chiamato a dar prova di saggezza
nell’area mediorientale: dalla Turchia, che si appresta
a colpire i curdi in territorio iracheno, ai palestinesi
e agli israeliani, che non stanno facilitando la preparazione della conferenza di Annapolis.
Bush, che
non è il momento
di giocare col fuoco perché
il fuoco vero è dietro l’angolo.
E si chiama
Iran, Ahmadinejad, armi nucleari.
Usando le parole come una mazza da baseball, il presidente
americano vuole mettere tutti al cospetto di elementi
che rendono unica la crisi iraniana, per esempio rispetto a quella nordcoreana.
Primo, c’è la sicurezza di Israele. Il sorgere
di un’altra potenza nucleare nella regione sarebbe
comunque vista come una sfida da Gerusalemme.
Ma se alla testa di questa aspirante
potenza c’è
un presidente che vorrebbe trasferire lo Stato ebraico in Alaska e che non riconosce l’Olocausto, allora il pericolo è tale da fare scattare la clausola di garanzia
che ha sempre legato Israele all’America. E nemmeno gli europei
possono guardare dall’altra parte, con il fardello
storico che si portano sulle
spalle. Putin dice che l’Iran ha ogni diritto di accedere
al nucleare civile, come sostiene di voler
fare Teheran. Giusto, lo stabiliscono i
trattati e lo ha appena ricordato all’Onu anche Sarkozy. Ma se il sospetto viene autorizzato da 18 anni di
inganni, e se Ahmadinejad parla
come chi vuole essere attaccato (potrebbe volerlo davvero, per miopi calcoli di
potere personale), allora lo spazio della trattativa fatalmente si riduce.
Tanto più che a Bush non dispiacerebbe far dimenticare, prima di lasciare la Casa Bianca, che la sfida iraniana ha ricevuto un possente
incoraggiamento dal disastro iracheno.
Secondo, c’è la proliferazione
incontrollata. Un Iran con la bomba
indurrebbe le monarchie sunnite del Golfo a imitarlo per coprirsi le spalle, e il via libera varrebbe anche per altri, forse l’Egitto, forse la Siria, forse la Turchia. Nessuno potrebbe più frenare la diffusione degli armamenti nucleari, né impedire che
finiscano in mano a organizzazioni terroristiche. Senza voler sottoscrivere il calcolato
allarmismo di Bush, è chiaro che la minaccia
di guerra — e di guerra nucleare
— crescerebbe.
Esiste un terzo
argomento, di cui gli Usa di
Bush non parlano. Spingendo
sull’acceleratore del nucleare e intrattenendo l’ambiguità sulle sue reali intenzioni, Ahmadinejad vuole conquistare per l’Iran il riconoscimento
di una primaria
influenza regionale. L’America questo
non può permetterlo, perché ne risulterebbe
diminuita la sua influenza
con annessi rischi energetici. E in casi del genere una
superpotenza sa cosa fare.
Davvero è inevitabile la guerra piccola per prevenire quella grande, davvero non possono essere negoziati controlli permanenti e stringenti sul carattere civile
del nucleare iraniano? Bush non ha ancora
detto questo, ma chi deve capire, Ahmadinejad in testa, avrà certamente
capito.