Middle East: Barack Prefers Mohamed over Benjamin

Edited by Gillian Palmer

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Medio Oriente: per Barack meglio Mohamed che Benjamin

La diplomazia internazionale sembra sul punto di riuscire a evitare che la fiammata di tensione, già tragica per il numero delle vittime, tra israeliani e palestinese evolva in conflitto aperto e faccia deflagrare il Medio Oriente. C’è poca Europa, in questo risultato;c’è più America; c’è molto Egitto; e c’è pure il fatto che Israele e Hamas paiono più interessati a testarsi l’un l’altro, e magari a mettere alla prova i loro nuovi interlocutori, che ad avviare uno scontro sul terreno. Israele è pronta all’offensiva, ma riconosce che una soluzione diplomatica è meglio; e Hamas vaglia le condizioni d’una tregua. Ieri, l’Egitto, il Cairo, è stato l’epicentro della diplomazia; oggi, Israele e I Territori vedono l’arrivo del segretario generale delle Nazioni Unite Ban ki-moone del segretario di Stato Usa Hillary Clinton.

La fiammata mediorientale è una prova delicata su molti fronti: è la prima crisi israelo-palestinese dalle implicazioni potenzialmente incandescenti dopo le Primavere arabe; è una cartina di tornasole per l’Egitto dopo Mubarak; ed è, infine, la prima sfida di politica internazionale dell’‘Obama 2’. Il presidente appena rieletto non tocca la linea dell’alleanza con Israele, che “ha diritto di difendersi” dagli attacchi di Hamas, e insiste perché i tiri di razzi da Gaza cessino. Ma la conferma dell’alleanza, ribadita dal freno degli Usa a iniziative del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, s’accompagna all’invito alla moderazione.

Una linea analoga, seppure speculare, a quella tenuta dal presidente egiziano Mohamed Morsi, uno dei Fratelli Musulmani: a parole, non fa mancare il proprio sostegno ai ‘fratelli palestinesi’; ma poi invia a Gaza ‘solo’ il primo ministro Hiisham Qandil, che afferma la necessità di “fermare l’aggressione di Tel Aviv”, senza andare oltre, e trasforma il Cairo in un laboratorio della ricerca della tregua.

C’è la diffusa consapevolezza che la frammentazione e la friabilità del quadro arabo, con la Siria nel pieno di una guerra civile, la Libia ancora alla ricerca di un assetto post Gheddafi e il confronto tra sciiti e sunniti forse più aspro che mai, accresce l’instabilità potenziale di tutta la regione e può pure alimentare, ai confini di Israele, tentazioni di colpi di mano in Hamas o negli Hezbollah, mentre l’incertezza dovrebbe piuttosto suggerire prudenza.

La voce di Barack Obama giunge dall’Asia, dov’è in missione. A sorpresa, l’Obama 2 comincia nel segno della politica estera: in parte, questa è una scelta del presidente americano, che vuole partecipare al Vertice dell’Apec, appuntamento annuale dei Paesi che s’affacciano sul Pacifico; ma, in parte, è una scelta subita, perché delle tensioni mediorientali Obama avrebbe sicuramente fatto volentieri a meno.

Il lunedì del presidente è una giornata faticosissima, su tre fusi orari diversi: quello di Washington, dove i negoziati finanziari fra l’Amministrazione democratica e l’opposizione repubblicana vanno avanti; quello di Gaza -in serata, telefona al presidente Morsi e al premier Netanyahu-; e, infine, quello di Rangoon e Phnom Penh –in meno di 24 ore, diventa il primo presidente Usa a mettere piede in Birmania e in Cambogia-.

E l’Europa? Dal Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Ue, riuniti ieri a Bruxelles, viene un appello a un cessate-il-fuoco immediato, che sarebbe “nell’interesse di tutti”. E il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi vede “le premesse perché si arrivi a una tregua nelle prossime ore”, ma Israele – aggiunge – può “autolimitare la propria forza solo se ha la sicurezza assoluta che i lanci di razzi non si ripetano”. Tony Blair, inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue e Onu) e pure il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle si fanno vedere in Israele, ma Blair è, diplomaticamente, un fantasma e la Germania, qui, conta poco.

C’è chi crede che Netanyahu, che non ha con Obama un buon rapporto – gli preferiva il suo rivale Mitt Romney – abbia inasprito, in questo caso, la ritorsione militare proprio per mettere alla prova la fermezza dell’America nello stare al fianco di Israele. Quali che siano le ragioni dell’azione, la reazione delinea una sorta di asse Obama-Morsi: equilibrio senza equidistanze ma, soprattutto, senza drammatizzazioni. Dai razzi di Hamas e dai raid di Israele, vengono morte e devastazione, ma anche il barlume di speranza di un’intesa, e magari di un’amicizia, fra Barack e Mohamed.

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