Netanyahu and Obama: Closer Than They Seem

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Nella Gerusalemme imbandierata col tricolore per la visita del presidente Giorgio Napolitano ed il gotha degli scrittori italiani e israeliani riunito in un simposio senza precedenti dall’Istituto di cultura di Tel Aviv, la domanda che serpeggia dietro le quinte diplomatiche è questa: quanto c’è di vero (tesi sostenuta dai media) che nel momento in cui l’America eleggendo Obama ha votato per il futuro, Israele eleggendo (probabilmente) il prossimo 10 febbraio Bibi Netanyahu voterà una volta di più per il passato?

Mentre a Washington il premier Olmert, sfiduciato ma sempre in carica, consuma «l’ultima cena» con l’amico Bush, come lui sfiduciato ma sempre al potere, in Israele si attende con trepidazione di capire in che modo Obama, pronunciandosi sul Medio Oriente, potrebbe influenzare il corso della campagna elettorale locale.

Per il momento Obama tace. Se sceglierà come consigliere per la Sicurezza nazionale il generale in pensione James L. Jones (ex comandante della Nato e attualmente inviato speciale in Israele e in Palestina col mandato di seguire i progressi – inesistenti – dell’iniziativa presentata da Bush un anno fa ad Annapolis) questo significherebbe che la futura strategia di Washington seguirà le grandi linee proposte da due personaggi critici di Israele. Si tratta degli ex consiglieri presidenziali per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski (ex di Carter) e Brent Scowcroft (ex di Bush padre).

Analizzando un libro da loro recentemente pubblicato, il Financial Times le riassume in 4 punti: no al ritorno dei rifugiati palestinesi in Israele; Gerusalemme non divisa con una capitale palestinese vicina o situata nella città vecchia inclusiva del controllo della moschea di el Aqsa (terzo luogo santo dell’Islam) e di uno statuto particolare per i Luoghi Santi; evacuazione israeliana dei territori con ritorno alle linee armistiziali del 1967 con scambio di piccole zone per permettere alla maggioranza degli insediamenti ebraici di trovarsi dentro alle frontiere definitive dello Stato; Stato palestinese demilitarizzato con una forza internazionale spiegata lungo la valle del Giordano (di preferenza Nato e americana secondo il generale Jones).

Sarebbe un piano più vicino alle posizioni di Kadima che del Likud. Ma una eventuale vittoria di Nethanyahu non preoccuperebbe troppo Washington, conoscendo il suo realismo e le sue ambizioni anche se contrastanti con le sue posizioni ideologiche. Non sarebbe del resto la prima volta che la destra una volta al potere fa la politica della sinistra. Senza contare che un piano del genere si vanterebbe di essere in sintonia con quello di pace saudita e della Lega Araba e rispettoso della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza del 1967 (pace in cambio di territori). Considerazioni che hanno indotto Hamas a rifiutare di incontrare al Cairo i delegati di al Fatah sperando in una vittoria del Likud che metta fine ai tentativi di Kadima di accordarsi con il presidente della Autorità palestinese Mahmud Abbas disprezzato a Gaza quanto Olmert lo è in Israele.

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