All the President’s Tricks

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In America scegliere il tuo team può riservare curiose sorprese. George W. Bush nel 2000 incaricò Dick Cheney di trovargli un vicepresidente. Cheney sottopose a un esame spietato alcuni candidati, scrutando nell’abisso della loro vita privata. Poi disse a Bush che il candidato migliore in fondo era lui stesso. E si riservò in seguito di usare i dati che aveva raccolto sui concorrenti molto virtuali per sedare le loro proteste. Ma la presenza a bordo di Cheney, che fu incaricato di guidare il team nel periodo di transizione tra l’elezione e l’insediamento del presidente, garantì a Bush una squadra di prim’ordine, che fronteggiò l’11 settembre e altri rischi planetari.

Quanto a Barack Obama, ora che è stato eletto in ticket con Joe Biden, le cose si prospettano in modo molto diverso. La polpa è la solita astuzia del potere, il guscio è cambiato. Bush era riservato, talvolta top secret, Obama gioca il suo gioco all’insegna della trasparenza, usando i media e facendosi usare dai media.

Ha intortato Hillary Clinton facendo pubblicamente sapere che le aveva offerto il posto di segretario di Stato, così da renderle difficile un rifiuto. E ha poi fatto anche lui l’esamino alla ditta Clinton, Bill & Hill, raccogliendo dati che gli saranno utili in futuro. D’altra parte su queste cose non si scherza, gli uomini del presidente esigono di sapere tutto, ma proprio tutto, a proposito di coloro che hanno l’onore di collaborare con il boss alla guida del paese. E hanno il potere di farlo. Ma come per Cheney con Donald Rumsfeld e gli altri, anche la scelta della senatrice Clinton per gli Esteri o la conferma alla Difesa di Bob Gates sono acchiappi, o “pick” come si dice a Washington, che promettono di rivelarsi molto fortunati.

Obama ha la chiacchiera alta e porta decisamente la retorica a sinistra, nel senso speciale che questo termine può avere per la cultura delle élite americane nel loro rapporto con la società, ma promette di agire pragmaticamente al centro. Se pensiamo al suo new deal in economia, dunque all’intervento dello stato con fondi federali molto ingenti nella crisi economica, l’impressione è quella di un pragmatismo perfino eccessivo.

La squadra, con Tim Geithner dalla Fed di New York al Tesoro e l’ex ministro e presidente di Harvard Lawrence Summers al Consiglio nazionale per l’economia, è di gran classe, ma è anche un’impresa tra cugini, che decisamente rivaleggia con le pratiche europee e italiane in fatto di conflitti potenziali d’interessi. Teste d’uovo e operativi di eccezionale preparazione, d’accordo. Ma se non vengono da Goldman Sachs e non hanno il bollo di Robert Rubin, l’influente ex clintoniano in capo ora consulente della quasi fallita e salvata Citigroup, non se ne fa niente.

Per estremo paradosso, con le scelte di Obama gli stessi che sotto Clinton hanno deregolamentato la finanza ora caduta sui mutui, e che poi hanno aiutato il nuovo presidente a vincere attaccando la deregulation e rilanciando il mito di Franklin D. Roosevelt e signora, ora la salveranno con i quattrini dei contribuenti. Ma questa è in fondo la legge del sistema americano, che premia la continuità istituzionale, scoraggia rotture troppo radicali e crea deregulation e rilanciando il mito di Franklin D. Rooseveltun equilibrio tendenziale in tutti i settori della vita pubblica.

Basti pensare all’altro grande paradosso che dovrà affrontare il dream team di Obama: chiudere Guantanamo in nome delle garanzie e aprire un tribunale speciale per la sicurezza dello stato, la più antigiuridica delle istituzioni, a meno di non rilasciare decine di brutti ceffi jihadisti destinati a riprendere servizio sulla pelle di soldati e civili occidentali. Buon lavoro.

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