New Climate Between China and the U.S.

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Spiragli dai colloqui tra le due superpotenze dell’inquinamento. In vista dei prossimi negoziati

Shanghai Nel luglio scorso, poco dopo essersi assicurato la nomination del suo partito per le elezioni presidenziali, Barack Obama ha inviato in sordina a Pechino dei suoi rappresentanti per una trattativa ad alto livello di due giorni sul cambiamento climatico.

All’incontro, svoltosi in un lussuoso hotel che si affaccia sulla Grande Muraglia, a nord di Pechino, la delegazione cinese ha partecipato guidata da Xie Zhenhua, il più importante negoziatore cinese in materia di clima, mentre tra gli americani era presente anche John Holdren, ora a capo dei consiglieri scientifici del presidente Obama.

I negoziati sono andati così bene che a ottobre si è tenuto un secondo incontro, dove è stato raggiunto un accordo informale su tre punti. Quello chiave, secondo quanto ha riferito William Chandler, del Carnegie Endowment for International Peace, che ha contribuito a organizzare queste trattative informali, è che Cina e Stati Uniti avrebbero lavorato insieme per il buon esito dei negoziati sul clima previsti a Copenhagen a dicembre 2009.

Se questo impegno si tradurrà in politiche concrete, diventerà il più gigantesco passo avanti nella storia della diplomazia per il cambiamento climatico. Insieme, questi due paesi producono il 40 per cento delle emissioni globali annue di gas serra e dunque, se il resto del mondo vuole trovare una soluzione al riscaldamento globale, non può fare a meno di loro. Se le due superpotenze annunciassero piani credibili e ambiziosi per limitare le proprie emissioni, ciò incoraggerebbe altri paesi a fare lo stesso e costituirebbe un forte incentivo perché a Copenhagen si raggiunga un accordo solido.

La svolta in queste trattative informali è arrivata il primo giorno, riferisce Chandler. Per più di dieci anni Washington ha rifiutato di ridurre le emissioni se la Cina non avesse fatto altrettanto, ma Pechino non ha mai ceduto, ricordando che all’origine del riscaldamento globale ci sono 200 anni di emissioni imputabili all’industrializzazione dei paesi sviluppati e che, inoltre, le emissione pro capite della Cina sono un quinto di quelle americane.

L’impasse si è riproposta nell’incontro della Grande Muraglia, quando un membro del gruppo statunitense ha chiesto che cosa fossero disposti a fare i cinesi se il prossimo presidente degli Stati Uniti si fosse impegnato a ridurre le emissioni. “Xie aveva cominciato a rispondere”, racconta Chandler, “ed era come se avesse fatto partire un nastro registrato. Era il solito discorso: la responsabilità del problema ricadeva sugli Stati Uniti, mentre la Cina, in quanto paese in via di sviluppo, aveva diritto a consumare più energia e via dicendo. Dopo 45 secondi, però Xie si è interrotto, come fermando il nastro e ha detto: ‘Ma ora dobbiamo andare oltre’. A quel punto abbiamo capito che le cose erano cambiate”.

Una spiegazione della nuova flessibilità cinese è che la sua dirigenza ha finalmente capito quanto duramente il cambiamento climatico colpirà la Cina. Uno studio del governo avverte che, da qui al 2040, le alte temperature e le piogge, di ritmo e intensità imprevedibile, potrebbero ridurre la produzione del grano del 37 per cento, mettendo a rischio la capacità della Cina di nutrire la propria popolazione e di mantenere la stabilità nel Paese.

Tuttavia, gli ostacoli per un accordo Usa-Cina restano. Ufficialmente, la Cina chiede agli Stati Uniti di ridurre le proprie emissioni del 40 per cento entro il 2020, un obiettivo che va ben oltre il pacchetto normativo Waxman-Markey allo studio del Congresso. Nel frattempo, gli Stati Uniti insistono perché anche la Cina accetti di avere degli obiettivi per la riduzione delle emissioni, cosa che Pechino rifiuta.

Le trattative non ufficiali, tuttavia, una strada l’hanno indicata: Cina e Stati Uniti concordano nell’implementare il più rapidamente possibile le tecnologie esistenti per migliorare l’efficienza energetica, vale a dire, la strada più veloce per ridurre le emissioni.

Quelle cinesi potrebbero ridursi di un terzo entro il 2050, mentre gli Stati Uniti, se tutti i suoi Stati adottassero i parametri della California, potrebbero abbassare il proprio fabbisogno energetico del 30 per cento. Questo in attesa dei risultati di un secondo accordo informale: lo sviluppo congiunto di tecnologie a basso impatto per veicoli a motore e impianti a carbone.

Avere degli obiettivi per i limiti delle emissioni è importante, ma se Washington e Pechino su questo punto non riescono a mettersi d’accordo, si consenta almeno alle due superpotenze dell’inquinamento di dare vita a una rivoluzione delle tecnologie pulite e dell’efficienza energetica che potrebbe conseguire gli stessi scopi. Una tale collaborazione è ancora in discussione, ha precisato Todd Stern, il negoziatore di Obama per il clima, a conclusione delle trattative di Pechino all’inizio di giugno. Se il presidente Obama e quello cinese Hu Jintao riusciranno ad annunciare presto un accordo formale, Copenhagen potrebbe dopotutto concludersi con un successo.

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