New York City through the Eyes of an Italian

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NEW YORK – “A grypnia excitata” è la definizione clinica di una patologia genetica: i suoi sintomi sono l’ insonnia unita a una anomala energia nervosa, uno stato di ipertensione, e “la sensazione che stai realizzando sogni ad occhi aperti”. Un sonnabulismo freneticoe creativo. Per un individuo non c’ è alcun dubbio: è una malattia. Ma se è una intera metropoli ad esserne affetta, allora diventa un prodigio, un’ estasi, una voluttà. Manhattan soffre senza alcun dubbio di “agrypnia excitata”. Nella celebre canzone del film omonimo, New York New York, immortalata da Liza Minnelli e da Frank Sinatra, è The City That Never Sleeps, la città che non dorme mai. Le notti di Manhattan sono dense, nervose, meravigliose, estenuanti come le sue giornate. Tutto è possibile, tutto è consentito ad ogni ora della notte, nel cuore sovreccitato della Grande Mela, illuminata a giorno da grattacieli che non badano al risparmio energetico. E’ una vecchia storia, in fondo. Nel 1959 il 32enne disc-jockey Peter Tripp passò alla storia perché in una discoteca con vetrina su Times Square lanciò una sfida epica: stare sveglio per 201 ore consecutive, inondando di musica nostop il cuore palpitante di Broadway. L’ America intera seguì la sua impresa, i curiosi si accalcavano davanti al suo locale per vedere quel matto scatenato. Times Square era già allora un luogo speciale, dai ritmi assurdi per il resto del mondo, il centro universale delle pubblicità “al neon” (oggi sostituite con raggi laser e ben altre energie luminose proiettate verso la stratosfera). Tripp sfidò le leggi della resistenza fisica, stravolsei confini naturali tra la lucee l’ oscurità, tra vegliae sonno, quei ritmi che dovrebbero regolare l’ esistenza di noi animali diurni. Le cronache ricordano che al termine della sua maratona musicale il disc-jockey dormì per 13 ore consecutive (appena), si svegliò chiedendo uova fritte, bacon e una copia fresca del New York Times. Oggi chi gli farebbe più caso? La “sleep deprivation”, quella carenza forzata di sonno cheè stata usata dai torturatori di Guantanamo, per Manhattanè la normalità. Il New York Times ha un blog apposito, “All-Nighters”, dove i lettori insonni raccontano come trascorrono le loro notti. E nulla è banale. Scordatevi la movida di Madrid e Buenos Aires, non c’ è gara. Scordatevi i quartieri a luci rosse di Hong Kong e Manila, le discotechecentri massaggio-bordelli 24 ore su 24. Banalità. Manhattan offre tutto questo e di più, molto di più. L’ ora in cui una massa umana indescrivibile sciama fuori dai teatri e dai musical di Broadway (e di off-Broadway, e off-offBroadway), e resta abbagliata dall’ illuminazione di Times Square: quello è solo il preludio dell’ inizio. E’ il momento in cui i profani, già sazi della offerta di spettacolo, scoprono che lì la vita vera sta solo per cominciare. I locali musicali dove il jazz o il blues cominciano a mezzanotte come il Village Vanguard, The Stone, Smoke, Zinc Bar, sono un intermezzo rispettabile per addentrarsi nella notte vera. La peculiarità di Manhattan non sta solo nel ritmo incessante dell’ entertainment. In nessun’ altra parte del mondo ci sono così tanti ristoranti aperti tutta notte, e non solo le catene dei “diners”, le steakhouse e i Five Napkins Hamburger. E’ ancora più newyorchese andare in cerca del re dei falafel, del decano degli sheesh-kebab: indiani, pachistani, bengalesi, libanesi che presidiano i marciapiedi coi loro baracchini mobili da cui si innalzano colonne di fumo e di aromi inebrianti. Ognuno di quegli ambulanti ha la sua clientela di nottambuli affezionati: le lunghe code che si formano a questo o quell’ angolo della Quinta o della Settima Strada dall’ una alle quattro vi segnalano la mutevole classifica dei veri gourmet, una guida Zagat aggiornata costantemente per tenere il passo con le novità dell’ alta cucina da piastra rovente nell’ alta giungla d’ asfalto. Ma siamo ancora alle ovvietà: divertirsi, ascoltare musica, bere, mangiare, ballare in discoteca. Manhattan by night è molto più di questo. E’ un luogo dove tutto, davvero tutto, è possibile a qualsiasi ora. Catene di fitness-club come Equinox sono frequentate da fanatici del tapis roulant che si allenano come ossessi alle tre, alle quattro di notte, fanno venti miglia di addestramento alla maratona sudando in palestra sotto un’ illuminazione da Capodanno del Millennio. Naturalmente anche da Equinox sei sempre esposto in vetrina, perché tutta la vita notturna da Manhattan è spettacolo in pubblico, è una fatica condivisa, un rito collettivo. Anche il gesto più banale della vita quotidiana, fare la spesa, si compie come fosse normale anche alle due o alle cinque del mattino: l’ intera città è presidiata dai Duane Reade, i drugstore aperti 24 ore su 24 che l’ inesperto turista europeo scambia per farmacie. Sono in realtà degli ipermercati (i reparti più vasti sono sotterranei): lattee cereali, pastae pelati, detersivi o shampoo, pretzel o lasagne surgelate, perché non dovreste averne bisogno quando il resto del pianeta dorme? Le prime luci dell’ alba sono precedute da un esercito di jogger, che corrono a Central Park e perfino sulla High Line, l’ antica ferrovia sopraelevata trasformata in un giardino pensile con splendida vista aurorale sull’ Hudsone la costa del New Jersey. Mentre i treni dei pendolari rovesciano da Grand Central Station un esercito di trader pronti a invadere Wall Street per perpetrare disastri finanziari globali, i banchieri in gessato incrociano il popolo insonne che si ritira lentamente, con riluttanza. Nei giardini pubblici di notte ci sono panchine riservate ai club di lettori; qualche anima generosa lascia sempre giornali, libri, riviste per questi nottambuli della cultura. L’ insonnia edonistica di Manhattan forse è uno dei sintomi dell’ ultimo stadio di una decadenza imperiale. Come Berlino e Vienna negli anni Trenta, come Parigi e Londra negli anni Sessanta, come le stelle morenti che allargano i loro bagliori a milioni di anni luce, nel luccichìo permanente si consuma l’ ultima vitalità di una civiltà che ha sprigionato il meglio di sé e non accetta nostalgie. New York non può arrendersi all’ oscurità, perché solo se gli occhi restano sempre aperti il sogno sembra non finire mai.

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