Bin Laden’s Africa

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Bush aveva ragione. Quando accusava gli islamisti somali di uscire dalla officina dell’Internazionale del fanatismo, impegnata ad aprire un nuovo fronte nel Corno d’Africa.

Gli «shebab» che ieri hanno fatto strage di deputati a Mogadiscio sono diventati dei veri talebani. Nel frattempo il fronte su cui si combatte è lungo già migliaia di chilometri, va dal Mar Rosso all’Atlantico, corre lungo quella faglia traballante di miseria e disperazione che separa l’Africa del deserto da quella delle savane. La Somalia, il suo eterno orrore che dura da 30 anni, sfilando giorno dopo giorno sotto la nostra distratta rassegnazione, è diventato il capitolo di una guerra più grande. Che può riservare all’Occidente, timoroso di nuovi «crociate» scomode e impopolari, terribili sorprese. L’Africa viene islamizzata a forza, con il forcipe del terrore e del fanatismo? Non esistono, è vero, legami operativi tra le varie sigle di questa armata. Ma il risultato finale si compone come un ben dosato mosaico. L’Occidente, taccagno, pensava di poter avvolgere Mogadiscio, quel caos indecifrabile e sanguinario, nella bambagia di una dimenticanza protettiva. Le uova del serpente si sono scoperchiate, moltiplicandosi.

Al Qaeda-Maghreb, commistione di emiri fanatici e capi-briganti, tiene in pugno il nord del Mali, vaste zone del Niger e della Mauritania; fa affari con i narcos di Medellin lungo la nuova via della droga, sequestra occidentali, incassa ricatti miliardari, si fa mercante di uomini, i clandestini che sognano l’Europa. Chiama le sue squadre «katiba», legandosi al mito terzomondista della guerra di liberazione algerina. Nel nord della Nigeria, immersa nel petrolio, i «Boko haram» erodono uno Stato scardinato da odi etnici ed economici abissali. Il deserto assomiglia sempre più alle distese dell’Asia centrale, all’area pachistano-afgana: un mare attraversato da tensioni profonde dove si può costruire una minaccia globale. Gli shebab, coalizione di fanatismo e clanismo, hanno smantellato a cannonate la Somalia, setacciano facendosi pirati i mari del petrolio e degli stretti strategici. Li separa dal potere solo una scalcinata armata di africani, senza mezzi, mal pagati, ma che si fanno ammazzare senza rimpianti e senza cerimonie televisive. Al posto dei caschi blu che l’Occidente non ha mai concesso. Gli shebab hanno colpito in Uganda a luglio, settanta morti. Terrorizzano già l’Africa Australe, tiepida di genocidi e di tribalismi satanici.

Bush sbagliò affidandosi a una risposta solo militare, la guerra per procura, appaltata a regimi che erano la causa del male. Ora la nuova America di Obama, affascinata dal ripiegamento, convinta che solo l’Afghanistan valga lo scandalo di morire, rischia di regalare l’Africa a Ben Laden. Dimenticando che nessuna guerra è giusta ma ogni tanto qualcuna è necessaria.

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