Royalties and Taxes to Governments, the Silence of Oil Companies

Edited by Laurence Bouvard

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Il nodo dei rapporti tra grandi compagnie petrolifere (e minerarie) e governi e amministrazioni dei Paesi dove operano è sempre stato assai intricato. Le cronache italiane, solo pochi giorni fa, hanno riportato le misure chieste dalla Procura di Milano all’Eni, in relazione alla sua attività in Kazakhstan e al mega-giacimento di Kashagan. Questioni sensibili anche sul versante americano dell’Atlantico, dove, come rivela Business Week, le grandi compagnie di «Big Oil» (con la texana Exxon in testa) hanno dato vita a un’accesa battaglia lobbistica contro alcune norme del Dodd-Frank Act, la legge di riforma di Wall Street approvata da Barack Obama nell’estate del 2010. Nel mirino è entrata la norma che consente di avvalersi della Sec per chiedere alle società quotate a Wall Street dei regolari e dettagliati resoconti sull’ammontare delle tasse e delle royalties pagate ai governi in tutto il mondo. Sullo sfondo c’è anche una battaglia portata avanti da svariate organizzazioni no-profit, secondo le quali la trasparenza su quelle somme potrebbe essere utile al fine di ridurre la corruzione in Paesi istituzionalmente “fragili”, come la Nigeria o l’Iraq. Sapere a quanto ammontano gli incassi e dove sono andati, si sostiene, sarebbe un’ottima base per capire come quei soldi sono stati in seguito utilizzati. Ma le compagnie petrolifere da questo orecchio non ci sentono proprio. Secondo il vice-chairman di Exxon, Patrick Mulva, la regola del Dodd-Frank Act avrebbe l’effetto di deprimere la competitività delle compagnie a stelle e strisce, a favore dei loro concorrenti cinesi, russi, brasiliani o indiani. Questi ultimi, conoscendo i dati, potrebbero fare offerte migliori, o addirittura convincere i leader dei Paesi interessati a stare alla larga dalle compagnie americane, o occidentali in genere.

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