US at Crossroads on Arming Ukraine

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Né sanzioni né diplomazia stanno fermando l’offensiva dei separatisti filorussi in Donbass. Complice il prezzo del petrolio, l’economia russa rischia una contrazione fino al 5 per cento nel 2015. Il cessate il fuoco del 5 settembre scorso non è rispettato. Rinforzi e rifornimenti dalla Russia hanno permesso ai ribelli di riprendere l’iniziativa. Al territorio che controllavano al momento dell’accordo di Minsk, i separatisti hanno aggiunto circa 500 chilometri quadrati.

Il razionale Obama non nasconde la propria incredulità di fronte ad un Presidente russo che non arretra di fronte al disastro economico e all’isolamento internazionale in cui sta conducendo il suo Paese.

Per gli europei è altrettanto incomprensibile l’indifferenza di Putin ai ramoscelli d’olivo: il progetto europeo poggia sul rifiuto di risolvere le controversie e ridisegnare i confini con la forza.

Prima o poi il Presidente russo dovrà fare i conti con l’economia. Per il momento riesce a scaricare le responsabilità della crisi sulle angherie subite dall’Occidente. Putin ragiona in termini di potere, nazione e territorio, non di economia, benessere e pace ai confini. Spera forse che il prezzo del petrolio risalga altrettanto rapidamente quanto è sceso; non dispera di spuntare un allentamento delle sanzioni dalle divisioni fra europei.

Intanto, dietro il velo sempre più trasparente dei ribelli, muniti di armamenti pesanti e missili terra-aria, mantiene e intensifica la pressione sulla fragile Ucraina di Poroshenko.

Putin ha maturato la convinzione che il confronto con l’Occidente sia nell’interesse della Russia. Di quest’antagonismo la crisi ucraina è la conseguenza, non la causa. Obama sottovaluta l’ascendente nazionale di Putin e la capacità di tirare la cinghia del popolo russo. Gli europei sopravvalutano l’attrattiva del proprio modello, fondato sulla rinuncia all’uso della forza. Putin sottovaluta la determinazione americana ed europea di contrastare annessioni ed espansione territoriale.

Alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, l’offensiva russa apre scenari che vanno dall’ulteriore espansione territoriale separatista alla presa strategica di un corridoio terrestre che colleghi la Russia con la Crimea. Come ha detto ieri Biden alla Stampa, è in gioco niente di meno che la sicurezza europea. La guerra è tornata in Europa: cercando di cambiare i confini dell’Ucraina con la forza, Mosca viola «le basi fondamentali dell’ordinamento internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale».

L’Ue ha già risposto rafforzando l’impianto sanzionatorio, limitatamente alle misure individuali o contro enti specifici. In riserva tiene sia il rinnovo delle sanzioni «settoriali», in scadenza a luglio, sia nuove misure, quali l’esclusione di Mosca dal sistema internazionale di trasferimenti bancari Swift.

Gli americani si domandano se non occorra anche «armare l’Ucraina». Un autorevole rapporto («Preservare l’Indipendenza Ucraina e Resistere all’Aggressione Russa»), dei principali think-tanks raccomanda l’urgente fornitura di assistenza militare americana «difensiva» (lethal defensive arms) per un miliardo di dollari: non per vincere la guerra ma per «alzarne il prezzo» per la Russia e spingerla ad accettare una soluzione diplomatica.

Obama si trova così al bivio fra incognita e continuità. Può accogliere la proposta di mettere il male armato esercito ucraino in condizione di resistere a forze superiori e fermarne l’avanzata. Si esporrebbe però – e ne è certo cosciente – al rischio di contro-escalation di Mosca e dl crescente coinvolgimento militare americano (mission creep). Questo Presidente ha sempre cercato di sottrarvisi. Oppure Obama può continuare a puntare sulle sanzioni, probabilmente rafforzate. I tempi perché abbiano effetto su Mosca possono però rivelarsi troppo lunghi per la tenuta di Kiev, cui non si può negare «tutto il diritto di difendersi». Putin, che non si è fatto certo scrupolo a fornire abbondante assistenza «letale» militare ai separatisti, interpreterebbe come debolezza e indecisione la riluttanza di Obama a fare altrettanto.

Da Kiev, il Segretario di Stato Kerry ha lanciato a Mosca un messaggio molto chiaro: «Non possiamo chiudere gli occhi alla Russia». Quale che sia la decisione di Obama sull’aiuto militare a Kiev, Washington si attende la piena solidarietà europea sulle sanzioni. Putin può ancora fare marcia indietro, semplicemente rispettando gli accordi di Minsk. Non ne dà segno e, di conseguenza, le sanzioni europee alla Russia sembrano destinate a rimanere in piedi ancora a lungo.

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