Silicon Valley’s Invisibles

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Chi sono gli invisibili della Silicon Valley

Le promesse mancate di Big Tech: voleva risolvere i problemi del mondo con una bacchetta magica digitale e, invece, li ha complicati. Produce lavoro ma anche senzatetto

Il parcheggio di un supermercato o la corsia laterale di una strada poco trafficata. 700 dollari al mese per affittare un camper malridotto. L’iscrizione a una palestra per avere un posto dove fare la doccia al mattino quando ci si sveglia. I fast food per mangiare rapidamente e a costi contenuti. Da Mountain View a San Josè, sono questi gli ingredienti della vita di un popolo invisibile: quello degli homeless della Silicon Valley. Invisibile perché non composto da barboni che vivono sui marciapiedi: qui si tratta di migliaia, decine di migliaia, di lavoratori perfettamente integrati che hanno impieghi a tempo pieno — a volte anche più d’uno — ma che col loro modesto reddito non possono permettersi di affittare una casa. Per gli standard medi americani non guadagnano poco (dai 12 ai 19 dollari l’ora) ma in questa regione è quasi impossibile trovare un appartamento con due camere da letto a meno di 3000 dollari al mese.

L’odissea di questa gente, spesso cuochi e camerieri dei costosi ristoranti frequentati dal personale delle società tecnologiche, è un’altra testimonianza vivente delle promesse mancate di Big Tech: voleva risolvere i problemi del mondo con una bacchetta magica digitale e, invece, li ha complicati. Produce lavoro ma anche senzatetto: quelli delle zone attorno alla baia di San Francisco sono aumentati negli ultimi due anni nonostante il boom economico. Come Unique Parsha, «Pinky» per gli amici: ha scelto il rosa per tutto, dagli abiti all’auto. Perfino il cane. Fox, che le ha dedicato un servizio, l’ha fatta diventare una star: dipendente modello di Facebook, attiva nel volontariato nelle ore libere, ma la notte la passa in auto. Anche questo contribuisce al crollo di popolarità della culla tecnologica d’America, ora sotto attacco da più parti. Consapevole del problema, Kairos Society, un’associazione di giovani manager fondata nel 2008, fa mea culpa: «Volevamo curare i mali del mondo e invece usiamo i 160 miliardi investiti dal venture capital nelle start up solo per creare prodotti costosi e trendy, lontani anni luce dagli interessi del ceto medio» dice il presidente, Ankur Jain. Che ora vuole correre ai ripari con la creazione di un nuovo board composto, tra gli altri, dal presidente di Verizon Wireless, Ronn Dunne, e dall’ex presidente messicano Vincente Fox, che, anziché in apps seducenti, investirà nella ricerca di soluzioni per i problemi sociali della Valle. Buone notizie o lacrime di coccodrillo?

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