The Euromissiles Crisis and the Fear of Nuclear Escalation

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L’incubo degli euromissili e la paura (30 anni dopo) di un’escalation nucleare

La decisione di Trump di riaprire la corsa agli armamenti segnala l’avvento di un mondo diverso e più pericoloso di quello del 1987

Di Franco Venturini

Si sapeva che il trattato firmato da Reagan e da Gorbaciov nel 1987 per eliminare tutti i missili basati a terra con una gittata tra i 500 e i 5.500 chilometri era oggetto di vivaci polemiche tra Mosca e Washington. Già Obama aveva accusato la Russia di barare, ma non si era sognato di denunciare l’Inf (Intermediate Nuclear Forces) anche per la decisa opposizione degli alleati europei. Ma Trump è di un’altra pasta, ha rapporti prevalentemente cattivi con l’Europa. E così, senza pensarci su due volte, ecco che il presidente rende nota la sua decisione di stracciare l’accordo e di aprire la porta a una nuova guerra fredda europea. A meno che Bolton convinca Putin, ipotesi piuttosto improbabile.

Le capitali europee hanno già cominciato a protestare con l’eccezione di Londra da tempo ai ferri corti con il Cremlino, ma in questo momento, se è indispensabile schierarsi, è ancor più necessario capire cosa stia accadendo. Da parte russa, ammesso e non concesso che il sistema missilistico 9M729 dislocato a Kasputin Yar rappresenti effettivamente una violazione dell’Inf (i servizi militari europei, a cominciare da quello tedesco, ne dubitano) il tentativo strategico sarebbe antico e ben noto: far paura agli europei e allontanarli dagli americani, indurli a una sorta di «finlandizzazione» socio-elettorale, ottenere infine un decoupling nucleare che lascerebbe l’Europa praticamente indifesa. Questo era il disegno del dislocamento degli SS-20 sovietici negli anni Ottanta, al quale l’Occidente rispose con il contro-schieramento dei Pershing-II e dei Cruise fino ad arrivare agli accordi dell’Inf. Una storia da guerra fredda, che dovrebbe risultare superata in tempi di confronti cibernetici e di «guerre ibride».

Ma se cambiamo fronte e guardiamo alle possibili tentazioni americane, allora potremmo scoprire che una guerra fredda in Europa è ancora d’attualità. Donald Trump, lo sanno tutti, non ama l’Europa con la quale ha avuto soltanto contrasti: dall’ambiente al commercio, dall’Iran alle armi letali per l’Ucraina, dalle spese Nato alla politica delle sanzioni. Esistono allora due alternative strategiche per l’America First: rompere la cornice comunitaria (e ci stanno provando sovranisti e populisti con la collaborazione di Bannon) oppure rimettere in riga i singoli alleati in tema di sicurezza, un settore che gli europei trascurano da sempre. Il ritorno degli euromissili per colpa della Russia farebbe mirabilmente al caso, anche se sarebbe auspicabile che Washington esibisse qualche prova delle violazioni dell’Inf da parte di Mosca.

Ma ovunque sia la verità, che esista responsabilità della Russia o interesse dell’America, gli europei continentali rischiano ora di dover affrontare una situazione nuova. Ne saranno forse lieti i nostri soci orientali, che da tempo denunciano le malefatte strategiche del Cremlino (con l’eccezione dell’Ungheria, mentre la Polonia è addirittura pronta a finanziare una base americana permanente sul suo territorio). Ma gli altri, e l’Italia in particolare, sarebbero disposti ad ospitare trent’anni dopo altri euromissili puntati contro la Russia? A fare da bersaglio? E come reagirebbero le opinioni pubbliche oggi catturate da altre inquietudini, se tornasse ad essere combattuta in Europa una guerra fredda nucleare accettata, o addirittura voluta, dalle due grandi superpotenze atomiche del mondo, esattamente come negli anni Ottanta?

Il viaggio di Bolton, la risposta di Putin e l’incerta credibilità di Trump (che in passato si è più volte contraddetto, soprattutto in tema di rapporti con la Russia) sottolineano crudelmente l’assenza dell’Europa da un confronto strategico che si giocherà sulla sua pelle. Ma segnalano anche l’avvento di un mondo diverso e più pericoloso di quello del 1987, con la Cina terza protagonista e ben presente nella voglia statunitense di buttare alle ortiche le limitazioni dell’Inf, con le lobby militari e le loro nuove tecnologie che premono sulle dirigenze politiche (tanto a Washington quanto a Mosca), con la minaccia nucleare pronta a un grande ritorno quando pareva tramontare. Soprattutto se americani e russi oltre a disdire l’Inf non prolungheranno il «Nuovo Start» sui missili intercontinentali, che scade nel 2021. Di tutto ciò ci auguriamo che tenga conto nel modo più energico il presidente del Consiglio Conte, atteso da Putin mercoledì. E s’intende che l’Italia deve dire la sua anche a Trump. Se possibile prima che Putin e Trump si incontrino, come se nulla stesse accadendo, l’11 novembre in Francia per ricordare la Prima guerra mondiale.

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