COVID-19 in the US, Poor Timing and Propaganda. Which of Trump’s Errors Has Led to the Crisis?

 

 

 

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Coronavirus negli Usa, tempi lenti e propaganda: quali errori (di Trump) hanno portato alla crisi

Da febbraio a oggi, presidente e governatori hanno accumulato passi falsi che hanno alimentato il virus

Il 12 febbraio 2020, Nancy Messonier, direttrice del National Center for immunization and respiratory diseases, annunciava ai giornalisti: «Non è un problema di se, ma di quando l’epidemia esploderà negli Stati Uniti». L’autorità federale di Atlanta aveva già messo a punto misure di «massima emergenza» per evitare la diffusione del contagio. Fino a quel momento i casi in tutto il territorio nazionale erano 15. Donald Trump aveva vietato l’ingresso nel Paese ai viaggiatori in arrivo dalla Cina.

Messonier, 54 anni, fa parte dell’Epidemic intelligence service dal 1995. Insegue e sorveglia i virus nel mondo, così come gli agenti della Cia tengono d’occhio i sospetti terroristi. Eppure il suo avvertimento è stato totalmente ignorato e anzi, da quel 12 febbraio la sua voce è scomparsa dalla discussione pubblica.

Sulla scena sono comparse altre figure. Tra tutte spicca quella di Anthony Fauci, 79 anni, il virologo più importante del Paese. Il 30 gennaio Trump lo inserisce nella task force anti-virus della Casa Bianca. Forse perché all’inizio al presidente piaceva l’ottimismo di Fauci che si era presentato con questa dichiarazione, il 23 gennaio: «Non c’è alcuna possibilità che noi possiamo adottare misure restrittive come quelle di Wuhan a Chicago, New York o San Francisco». Per tutto il mese di gennaio e gran parte di febbraio, mentre Messonier invitava a preparare le difese, Fauci e altri scienziati ripetevano: rischio «minimo».

Era esattamente quello che voleva sentirsi dire Trump. Gli Stati Uniti hanno pagato moltissimo quella partenza troppo morbida. In quei due mesi, per esempio, l’epidemia ha avuto agio di covare a New York e sulla East Coast. Anche i media hanno seguito con un eccesso di fiducia: «Il virus da noi? Non siamo mica l’Italia».

Quando Fauci e la task force hanno cambiato rotta hanno dovuto fare i conti con il comportamento di Trump. Il presidente ha continuato a minimizzare, a ignorare il parere degli scienziati e le segnalazioni dei servizi segreti. Vedremo se, come appare oggi, l’erratica, bizzarra gestione della pandemia gli costerà le elezioni. In ogni caso il danno è stato pesante. Trump ha deciso di politicizzare il virus, alternando previsioni velleitarie a provocazioni: la mascherina non serve, si può riaprire l’economia già a Pasqua, usate l’idrossiclorochina. E così via. In questo modo ha svuotato di senso il lavoro della task force. Per diverse settimane Fauci e la coordinatrice Deborah Birx hanno chiesto agli americani di stare a casa, poi hanno predicato il distanziamento sociale. Ma una larga parte dell’opinione pubblica ha pensato che esagerassero. Così New York è diventata l’epicentro della pandemia. E negli Stati a guida repubblicano-trumpiana, come Texas, Florida, Arizona, le misure restrittive sono state prese con grave ritardo e annullate con avventato anticipo.

E qui il decentramento federale ha mostrato limiti evidenti e preoccupanti. I Governatori hanno poteri decisivi in materia di sicurezza, anche sanitaria. Ognuno ha elaborato una propria strategia, senza porsi neanche il problema di coordinarsi almeno con i vicini di casa. Fa eccezione il patto stretto tra New York, New Jersey e altri piccoli Stati.

In generale i governatori hanno adottato il lockdown con tempi sfasati. Lo sciame del virus si è potuto spostare, indisturbato, da una zona all’altra. Tra marzo e aprile Fauci aveva avvertito il Presidente e i governatori: dobbiamo chiudere anche nelle aree in cui la curva dei contagi è ancora bassa. È accaduto il contrario. Così tra marzo e aprile gli ospedali del Bronx e del Queens entravano in crisi, mentre a Miami la gente andava in spiaggia.

Il sistema sanitario americano si è fatto trovare impreparato. Ancora ad aprile i tamponi erano introvabili e le poche migliaia di kit spedite nei diversi Stati dall’Autorità federale di Atlanta, si rivelarono addirittura difettose. All’inizio della crisi e per lungo tempo solo 12 tra Stati e dipartimenti territoriali erano in grado di eseguire i test sui campioni prelevati dai pazienti. Altro vantaggio micidiale concesso al coronavirus. Per rimediare l’amministrazione Trump ha dovuto chiedere la collaborazione delle case farmaceutiche e delle catene della grande distribuzione. È cominciato un lungo e affannoso inseguimento al coronavirus, che però è ancora in fuga.

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