The West Is Discovering the Fragility of Its Leaders

<--

L’Occidente adesso scopre la fragilità dei propri leader

di Federico Rampini

La sensazione diffusa è che la crisi italiana sia parte di un declino complessivo, ancora più preoccupante

«I l futuro è l’Italia, ed è tetro». È il titolo di un commento apparso sul New York Times dopo le dimissioni di Draghi. Le analisi degli americani sull’Italia non sono sempre affidabili. Tradiscono però una sensazione diffusa: che la crisi politica italiana sia parte di un declino di leadership complessivo, tanto più preoccupante perché accade sullo sfondo di problemi gravi: una guerra nel cuore d’Europa in parte già dimenticata; un’economia verso la recessione. Le sfide di imperi autoritari con ambizioni egemoniche .

Ci mancava solo il Covid di Joe Biden per aggiungere un tocco personale alla sensazione di disagio dell’Occidente. L’addio di Mario Draghi viene visto in questo contesto generale. L’Italia è sempre una vigilata speciale per le sue vulnerabilità, a cominciare dal debito pubblico; l’instabilità dei suoi governi non è nuova, però questa volta la sua crisi politica viene aggravata dalle incertezze che affliggono i suoi partner e alleati più importanti.

L’America ha un presidente fragile in tutti i sensi. Salute a parte, la sua popolarità è scesa ancora più in basso rispetto agli abissi in cui si trovava Donald Trump nello stesso periodo del suo mandato. Biden è sfiduciato perfino dai suoi: la maggioranza degli elettori democratici non lo giudica adatto per un secondo mandato. L’ala sinistra del suo partito — che domina nei media — lo considera un traditore per i cedimenti sul Green New Deal o sull’immigrazione; ma è soprattutto il centro moderato che conta perché lì si giocano le elezioni legislative di novembre. La maggioranza silenziosa del partito democratico avverte una deriva verso le posizioni più radicali e l’emorragia di voti verso i repubblicani è quasi certa. Chi legga solo i media dell’establishment progressista ha l’impressione che l’attenzione degli americani sia monopolizzata dall’indagine parlamentare sul «tentato golpe» del 6 gennaio 2021. Non è così. La maggioranza degli americani giudica il proprio governo sull’inflazione, la perdita di potere d’acquisto, l’insicurezza generale compreso l’aumento della criminalità. Perciò nelle cancellerie straniere è già cominciato il gioco delle scommesse su quale sarà la politica estera americana del dopo-Biden.

Non sta meglio l’Europa occidentale. Pochi rimpiangono Boris Johnson ma tra questi forse c’è Volodymyr Zelensky che poteva contare sul suo sostegno incondizionato. Emmanuel Macron ha formato un governo senza maggioranza parlamentare e deve concentrarsi sui problemi dell’economia, lasciando in secondo piano le sue ambizioni di leadership europea e le velleità di negoziato diretto con Vladimir Putin. Il malato più preoccupante è la Germania. Il «secondo miracolo tedesco», quello che avvenne negli anni Novanta, consentì alla più importante nazione europea di uscire da una crisi (i costi iniziali della riunificazione) grazie a una serie di ingredienti. Due spiccavano su tutti: gas russo economico e abbondante; mercati dell’Est (Cina in testa) spalancati e avidi di «made in Germany». Ambedue questi ingredienti ormai appartengono al passato; il modello tedesco va reinventato. Questa crisi d’identità avviene in un’assenza di leadership preoccupante. Olaf Scholz è l’ombra di un cancelliere. Per ora l’unica decisione forte che lo distingue è il piano di razionamento dell’energia elettrica in autunno-inverno, con chiusure di fabbriche a rotazione. Quale sia la strategia di lungo periodo della Germania, quale la proposta di Berlino per l’Europa, quali le iniziative verso avversari e rivali strategici a Mosca e Pechino, vorremmo tutti saperlo. L’uscita di scena di Draghi si conferma come l’anello di una lunga catena di debolezze. Per adesso l’Occidente resta aggrappato alla sua coesione, non ci sono defezioni dalla linea di aiuto all’Ucraina e dalle sanzioni economiche. Ma col tempo, chissà. Zelensky ha tradito le sue legittime paure sui mesi a venire quando fece quella telefonata in extremis a Draghi per indurlo a ritirare le dimissioni.

Alle nostre fragilità Putin risponde descrivendo noi occidentali come «il miliardo dorato». L’espressione ha una storia antica nella propaganda nazionalista russa. Si ricollega al linguaggio dei capi comunisti contro l’imperialismo e il neocolonialismo dei Paesi capitalisti. Rispolverare quegli argomenti della guerra fredda ha un sapore cinico e ipocrita, ora che la Cina è il vero padrone dell’Africa e la Divisione Wagner dei mercenari russi sostituisce i reparti francesi per puntellare nuovi regimi militari a Sud del Sahel. Tant’è, l’immagine del «miliardo dorato» riscuote un certo successo tra quel vasto numero di Paesi che hanno resuscitato il «movimento dei non-allineati» (anno di nascita 1955, nel cuore della guerra fredda). Quella maggioranza di governi asiatici africani latinoamericani che si rifiutano di aderire alle nostre sanzioni contro la Russia, che non stanno né di qua né di là, hanno leader formati nelle università occidentali dove s’insegna (come in quelle cinesi o russe) che l’unico impero del male è l’America, l’unica civiltà aggressiva è l’Occidente. Il fatto che Cina e Russia siano tuttora dei veri imperi coloniali; la rinascita di imperialismi regionali come quelli ottomano, arabo, persiano, sono irrilevanti di fronte alla forza dell’immagine del «miliardo dorato». In realtà, come tenore di vita il Golfo Persico che accoglie a braccia aperte gli oligarchi russi è più dorato di noi. Ma perfino gli sceicchi del petrolio adorano manipolare la propaganda anti-colonialista quando è funzionale ai loro interessi.

La risposta dell’Occidente è evanescente, a immagine e somiglianza dei suoi leader. Biden ondeggia perfino su Taiwan, prossimo banco di prova dell’ordine mondiale dopo l’Ucraina. Il presidente americano ha promesso che difenderà l’isola in caso di attacco militare cinese. Ora però cerca di dissuadere la presidente della Camera Nancy Pelosi dal visitare Taipei per paura delle reazioni di Pechino. L’Unione Europea non ha una strategia chiara per attirare nella propria sfera d’influenza il Mediterraneo Sud, dove crescono le incursioni geopolitiche e militari di Putin, Xi, Erdogan, nonché degli ayatollah iraniani. Perfino l’intesa sull’emergenza grano — tutta da verificare dopo i missili su Odessa — è maturata dentro un triangolo Russia-Ucraina-Turchia, senza un ruolo forte degli Stati Uniti o dell’Unione Europea.

About this publication