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Open War between Trump and CNN

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Guerra aperta tra Trump e la CNN

Settimana dopo settimana, la frattura tra il Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il mondo dei corporate media a stelle e strisce va via via dilatandosi: l’inquilino della Casa Bianca e i principali network televisivi e giornali degli Stati Uniti si posizionano su due piani separati e proseguono un serrato braccio di ferro iniziato sin dai primi mesi di campagna elettorale. Trump non perdona a quelli che definisce i fake news media la rigidità della loro contestazione nei suoi confronti e l’elevato interesse mostrato per le numerose contraddizioni che hanno diviso le promesse elettorali dalle sue prime prese di posizioni concrete, mentre al tempo stesso numerosi componenti del sistema mediatico provano un aperto risentimento nei confronti del Presidente, il quale ha saputo vincere a sorpresa la corsa alla Casa Bianca nonostante la loro aperta ostilità e i loro dichiarati endorsement alla sua avversaria Hillary Clinton.

L’ostilità di Trump nei confronti del sistema mediatico, che in un primo momento era canalizzata in particolare misura verso il New York Times, appare da diversi mesi focalizzata nell’aperto contrasto alla CNN, come testimoniato dal recente e oramai celebre video postato su Twitter dal Presidente in cui Trump mette KO il chairman della WWE Vince McMahon, che appare col volto sostituito dal logo dell’emittente di Atlanta. La CNN è stata ribattezzata da Trump, in maniera sprezzante, FNN (acronimo di Fake News Network) ed ha effettivamente cavalcato da diversi mesi l’onda dell’opposizione al leader repubblicano. Nei suoi programmi, nella maggior parte dei casi, il contraddittorio politico è sostituito da una reiterata serie di attacchi alle politiche di Trump e numerosi suoi giornalisti non hanno fatto mancare, in passato, attacchi personali inequivocabili al Presidente: Zero Hedge ha segnalato ad esempio come i celebri commentatori Reza Aslan e Fareed Zakaria abbiano definito Trump nientemeno che un “pezzo di merda”. Al tempo stesso, la mediaticità della figura di Trump ha rappresentato per la CNN un’ottima occasione per aumentare notevolmente gli indici di ascolto rispetto al recente passato: il 2016, caratterizzato dalla lunga e accesa corsa alla Casa Bianca, ha infatti portato l’emittente di Atlanta a registrare il maggior numero di telespettatori della sua storia, e non c’è dubbio che una percentuale significativa dell’incremento dell’audience della CNN possa essere ascritto all’ampia copertura degli eventi connessi alla campagna elettorale di Trump, che ha potuto giovare indirettamente della visibilità offerta da quello che ha finito per caratterizzarsi come uno dei suoi maggiori avversari mediatici. Jeffrey A. Zucker, Presidente della CNN, è stato accusato dai portavoce degli ex candidati alla nomination repubblicana Marco Rubio, Jeb Bush e Ted Cruz di aver distorto il dibattito interno al Grand Old Party garantendo, col pretesto della demonizzazione a tutti i costi, una platea di riguardo al loro principale avversario: la CNN ha contribuito attivamente alla creazione del fenomeno Trump, e questo fatto non potrà essere negato né dalle “scuse” di Zucker, rilasciate ad ottobre a BuzzFeed, né dalla susseguente guerra totale dichiarata all’amministrazione Trump e condotta principalmente attraverso l’approfondimento della risonanza mediatica sul Russiagate. La demolizione del Russiagate da parte del produttore della CNN John Bonifield ha rappresentato, in questo senso, lo stallo definitivo di quello che Fulvio Scaglione ha definito uno “scandalo senza prove”, nella cui narrazione testate di fama come la CNN stessa e il New York Times si sono ridotte al ruolo di “macchina del fango”, salvo poi battere precipitosamente in ritirata.

L’ipocrisia dimostrata dalla CNN nel suo atteggiamento verso Trump non diminuisce, tuttavia, la misura di alcuni errori vistosi e notevoli commessi dal Presidente nei confronti del sistema dei corporate media: nell’entusiasmo del suo trionfo alle elezioni di novembre, infatti, Trump ha più volte ricordato come l’intera classe dei “fake news media” andasse etichettata come sconfitta e superata e, nominando nel suo entourage ristretto il direttore di Breitbart Steve Bannon, ha sembrato incentivare un’aperta battaglia tra i media mainstream e il più ristretto, ma agguerrito, complesso di media a lui favorevole. Inoltre, ridurre il problema del declino dei media alla loro ostilità nei confronti di Trump non potrà senz’altro giovare all’azione del Presidente: in questo senso, il fatidico video postato su Twitter non porterà acqua al mulino di Trump, dato che rappresenta la massima manifestazione della personalizzazione di uno scontro che, nella percezione del grande pubblico, potrebbe danneggiare sul lungo periodo la credibilità di entrambi i contendenti.







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